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Un racconto da una foto, atto quarto. Il fu Gedeone Aliprandi. Cronaca di una morta annunciata.

4 Gennaio 2010 di matteopioltelli.eu

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Lo diceva lui che era stanco, che faticava a tirare avanti, che a volte gli mancava il respiro da quanto i pensieri gli stringevano la gola e di quanto lo stomaco gli si contorcesse dal nervoso e dalle preoccupazioni, di come gli pareva che il suo cuore battesse in una maniera tanto irregolare difficile da spiegare.
Lo diceva lui, ma in pochi gli credevano, “sarà lo stress”, dicevano, ma lui sapeva benissimo che non era vero, che non era quello, o almeno non solo quello, il motivo del suo malessere.

Pochi giorni fa il Gedeone Aliprandi è morto, da solo, in casa, in un freddo mattino d’ottobre. Rimasto lì, secco, inanimato con la testa senza peso su di un anomino e freddo tavolo in formica bianca, morto di una morte d’altri tempi, arcaica, morto di crepacuore, morto di dolore, di delusioni, di malinconie

Gedeone Aliprandi naque 35 anni fa in un paesino della campagna milanese, pochi cristiani che si conoscevamo tutti per nome. Sua mamma era una maestra di scuola elementare, insegnava in un paesino lì vicino, dove c’erano più bambini e meno mucche del suo. Tutte le mattine inforcava la sua bicicletta e via, 15 chilometri con il sole e con la pioggia, con nebbia e con la neve, mai mancato un giorno in 25 anni di insegnamento. Era una donna buona, dolce, esile e gentile e con le gote perennemente pittate di un accenno di rosso misto a rosa.
Suo padre lavorava il legno, era un falegname, aveva la sua bottega a tre passi dal cascinale in cui vivevano i tre. Lavorava a commesse per conto di una ditta di un tipico imprenditore della bassa lombardia, arricchito ma ignorante come una gabba, generoso sì ma anche troppo pretenzioso e non si contavano più gli screzi tra suo padre e il commendator Belardelli. Ogni volta tutto sembrava irreparabile ma puntualmente poi tra i due tornava il sereno. Il commendatore sapeva quanto era bravo il padre del Gedeone, uomo tutto d’un pezzo con barba e baffi in abbondanza, e mani forti e callose ma delicate come un esperto violinista quando si trattava di lavorare il legno. Così il commendatore continuava a commissionagli mobili e tavoli e sedie, sopportando un carattere forse un po troppo forte per il bene dell’azienda.
Il Gedeone passava i pomeriggi a osservare suo padre creare magie con il legno e s’era ripromesso che una volta cresciuto avrebbe di sicuro ricalcato le orme.
E così fece, decise di seguire la strada del padre, diventò falegname, e anche bravo a quanto si diceva.
Gli anni passati gli avevano regalato in dote la stessa barba del padre, ma gli avevo portato via i suoi genitori.La madre morta circa tre anni fa e il padre dopo poco più di un anno. Erano rimasti insieme per quasi 40 anni, non era logico quindi che stessero separati, uno qui e l’altra chissà dove, meglio stare ancora insieme chissà dove che soli qui.
Il Gedeone quindi prese il posto di suo padre anche nel realizzare le commesse che l’azienda del commendator Belardelli puntualmente gli commissionava. Il commendatore era morto da tempo, l’azienda era passata ai figli, più colti del padre ma meno umani di lui, più manager attento ai bilanci che alle persone. Ma il lavoro non mancava, così lui decise di sobbarcarsi una bella cifra sulla gobba per ristrutturare casa da capo e piedi, in attesa di diventare padre. Ah si, perchè non ve lo avevo ancora detto, il Gedeone nel frattempo aveva quasi messo su famiglia. Tempo fa aveva incontrato una donna che subito lo colpì, Caterina, era di una bellezza inequivocabile da qualsiasi punto la si vedesse. Lavorava a Milano in un ufficio comunale che lui frequentava due volte la settimana quando per un anno intero seguì dei corsi d’aggiornamento per il suo lavoro. Un bel giorno si animò di un coraggio mai visto, si decise a dichiararsi visto che qualche “benevole occhiata” c’era già sta tra di loro. Non era bello il Gedeone, poverino, ma aveva una grande inventiva, così quella mattina arrivò più presto del solito, prima di Caterina e grazie all’aiuto di una sua collega gentile e compiacente mise un libro aperto in una determinata pagina nella quale aveva sottolineato uno stralcio, questo

“Lei è la donna più bella che io abbia mai visto. Questo di per se non vuole dire niente. So che non è la prima volta che se lo sente dire. L’unica cosa che posso aggiungere è questa; mi permetta di vederla ogni giorno”

Lei una volta giunta in ufficio s’accorse del libro aperto sulla sua scrivania, e una volta letto lo stralcio sottolineato di colpo alzò gli occhi e incrociò quelli del Gedeone che era lì a due passi, pronto ad attendere quella determinata occhiata che potesse dagli il “via libera”, cosa che poi regolarmente accadde. Iniziarono la frequentazione arrivando sino a decidere di fare un bambino, e siccome nessuno dei due voleva sapere se fosse maschio o femmina idearono un nomignolo; finchè non sarebbe nato o nata l’avrebbero chiamato “il Pierino” quel bambino lì.

In quel periodo era al culmine della felicità il Gedeone, ma se è vero che la vita è tutta una curva ora molto probabilmente gli toccava la discesa. E così purtroppo avvenne.
La ditta del commendator Belardelli a poco a poco gli commissionò sempre meno lavori, c’era una grossa crisi e i figli del commendatore che amministravano l’azienda pensavano più a salvare il salvabile piuttosto che mettere in campo tutte le forze evitando di lasciare ben 230 persone senza lavoro. Purtroppo i due figli del commendatore Belardelli, più colti del padre ma meno umani, non sentirono ragioni, misero l’azienda in mobilità per poi svenderla a una multinazionale tedesca che si guardò bene dal riconfermare i 230 cristiani che per anni avevano sputato sangue tra legno e pialle.
Gedeone aveva cercato di tenere all’oscuro Caterina, con il Pierino in arrivo non voleva farla agitare, ma era sempre più oscuro e preccupato, la banca non solo non gli faceva credito ma anzi, premeva su di lui non aiutandolo con il mutuo per la ristrutturazione della casa. Nella stessa banca che per anni aveva regolarmente versato soldi e pagamenti puntuali come uno svizzero ora pareva che non ci fosse nessuno che volesse ascoltarlo, in grado di dagli una mano.
Da perfetto cittadino qual’era il Gedeone si rivolse allo stato chiedendo una mano, una sovvenzione, un credito agevolato, ma dopo mille e uno porte sbattute in faccia si rese conto che quello stesso stato nel quale aveva ceccamente creduto gli stava voltando le spalle.
Era sempre più disperato il Gedeone, sempre più cupo e affaticato, sempre più triste. Il colpo finale però lo ebbe un giorno di fine settembre quando scoprì leggendo il giornale della provincia che l’azienda del commendator Belardelli non era fallita per mancanza di lavoro ma bensì per dolo, i figli del commendatore spalleggiati da un consigliere comunale corrotto aveva messo in scena tutto per svendere l’azienda alla multinazione tedesca prendendo sottobanco fior di euri. Ci fu un inchiesta, quasi nessuno pagò, l’azienda rimase chiusa e come da copione ci andarono di mezzo solo quelli che quella stessa azienda l’avevano fatta fiorire negli anni, i vari “Gededoni”, che dinnanzi alla stato non contano nulla, sacrificati davanti ad interessi economici e internazionali. Anche lo stato in cui credeva tanto gli avevo voltato le spalle, decretando la sua morte.

Quella famosa mattina di ottobre il Gedeone si sentiva strano, Caterina era uscita presto, faceva una sorta di doppio turno per portare più soldi a casa anche se tra poco meno di un mese e mezzo il Pierino doveva arrivare nella loro vita.

Ma il Gedeone, purtroppo, non lo vide mai il Pierino.

Morì da solo, in casa, in un freddo mattino d’ottobre. Rimase lì, secco, inanimato con la testa senza peso su di un anomino e freddo tavolo in formica bianca, morto di una morte d’altri tempi, arcaica, morto di crepacuore, morto di dolore, di delusioni, di malinconie.

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