Un racconto da una foto, atto terzo. Milano, 4 Aprile 1968.
11 Dicembre 2009 di matteopioltelli.eu
Milano, 4 Aprile 1968
Cara mamma,
scusami se riesco a scriverti solo ora, ma da quando sono partito forse questo è l’unico momento in cui ho davvero sentito l’esigenza di farlo. Non perchè non ti voglia bene o perchè non mi manchiate voi tutti, affatto, mi rendo conto solo ora di quanto pagherei per rivivere quei giorni inerti dai quali sono scappato. Credo tu possa immaginare quale frenesia mi abbia supportato in questi miei primi due mesi a Milano, la grande città, mi sono dovuto adattare a nuove voci, nuovi volti, odori e sapori e aria sconosciuti, mi sono ritrovato solo e spiazzato in mezzo a vie e strade che agli occhi di un ragazzo di provincia quali sono parevano sconfinate. Ho dovuto abituarmi a nuovi accenti, a nuovi sguardi, anzi, a non-sguardi visto che qui tutti pare vadano almeno al doppio di me, corrono e corrono e ben che vada ti urtano nel loro cammino e nulla più. Non pensavo che il paese una volta andato via mi sarebbe mancanto così tanto. Non immaginavo che avrei rimpianto quei ritmi oziosi, i tempi morti della domeniche pomeriggio di metà di luglio, quell’intercalare tipico dei nostri luoghi che tanto mi andava di traverso, che consideravo limitante ma che ora pagherei a caro prezzo per sentirmelo rimbombare nelle orecchie. Mi manchi tu, mamma, mi manca l’Ernesto con le sue strambe toerie rivoluzionare, mi manca il caffè del bar del Franco e tutto quel capannello di gente lì fuori che parlava di tutto senza parlare di niente. Mi manca la Gemma e le sue carezze, i ragazzi della bocciofila, lo zio Ugo, che tanto mi aveva parlato di Milano fin da quando ero piccolo da farmi credere che quella fosse la mia città, il luogo destinato a me. Beh, dai suoi racconti, da quando ci venne lui molto è cambiato, quasi tutto, anche se a dire il vero in una cosa mi ci sono ritrovato, ossia l’aria di smarrimento che provi appena scendi dal treno in stazione centrale, che è immensamente sconfinata se rapportata al nostro misero unico binario dal quale passava un treno al dì. La stazione centrale è davvero come la descriveva lo zio Ugo, ti ci perdi in mezzo a tutti quei binari, quelle scale, quel mare di persone che vengono e che vanno, chi sotterrato da valigie, chi con solamente uno zaino e mille speranze. Tutto quel rumore, quel vociare, gli annunci dall’autoparlante si ripetono ogni minuto e a te pare non sia possibile che ci sia un treno che possa partire ogni minuto. Ho provato una forte nostalgia appena ho messo il piede fuori dalla centrale, un senso di non saper cosa fare e dove andare ora che avevo fatto il grande salto, da un paesino semisperduto della bassa emilia alla grande città, alla metropoli, a Milano.
Milano, che solo a pronuciarla ti pare sia immensa, troppo grande per te. Fortunatamente ho trovato alloggio e lavoro sin da subito, grazie allo zio Ugo, alle sue dritte, abito in un appartamento sui navigli, sono case di corte una porta attaccata all’altra. Siamo tutti quanti nella stessa barca, ho trovato un calore insperato, un aiuto nel sentirmi meno solo, siamo tutti emigranti e quindi le sensazioni e le paure che provo io loro le hanno già provate, ci sono già passati e un sorriso proprio non me lo negano quando vedo che bisogno di averlo. Sul lavoro mi sono adattato, è una fabbrica di bulloni in un paesino appena fuori Milano, uno di quelli che qui, i milanesi, chiamano “paese contenitore” perchè è venuto su in fretta e furia per far star dentro tutti gli emigranti che dal sud venivano qui a cercar fortuna. E’ dura, mi alzo presto, alle 5.30 del mattino perchè faccio il turno più ingrato visto che sono uno degli ultimi arrivati qui, vado a piedi alla fermata dell’autobus che puntalmente arriva in ritardo e stipato all’inverosimile. Spero che mettendo via un pò di paga di qualche mese riuscirò a comperarmi una bicicletta, una di quelle usate, un pò arruginite ma funzionanti, un mio vicino di porta mi ha già dato l’indirizzo di un suo amico che le prende per strada, quelle abbandonate, e le rimette un pò in sesto, così con poche lire potrò permettermela anche io. Cosimo, questo è il nome del vicino di casa cui ti parlavo, è un uomo buono, forte, dolce, ha un accento davvero buffo, è siciliano fiero zeppo di esserlo, e fin da subito mi ha preso a simpatia, guidato, consigliato, e mi ha pure mostrato la città! pensa un siciliano che spiega a un giovane emiliano Milano, com’è strana la vita. Ricordo che un dì stavamo passeggiando lungo il naviglio, il Cosimo mi stava mostrando la bellezza della Milano docile docile della domenica mattina, quando tutto ad un tratto si è bloccato, si è avvicinato al portone ed è rimasto lì, immobile per un pò. Io mi sono avvicinato, c’era un cartello appeso affianco al portone con scritto “non si affitta ai meridionali”. Ho visto i suoi occhi strabuzzarsi e velarsi di lacrime, il suo pugno stringersi rabbiosamente. Ci siamo rincamminati, in silenzio, nessuna diceva nulla, tutte e due con un velo di tristezza difficile da spiegare.
Mamma, mi devi scusare se posso mandarti solo questi pochi soldi, sto cercando di capire se si possono fare degli straordinari per tirar su qualche lira in più e permettermi quindi di mandare a te altri soldi e di viver più digintosamente qui io.
Ti allego una mia fotografia, è di una bicicletta, ho scoperto che in pratica è l’unico segno di continuità con la mia vecchia vita, mi ricordano le biciclette del corso lì in paese, quando sferragliavano di viottolo in viottolo, allegramente. La foto l’ho scattata grazie alla Bencini che mi ha regalato lo zio Ugo, ringrazialo tanto, solo ora ho capito perchè ha insistito in quel modo per farmela prendere.
Ora ti devo lasciare, tra poche ore mi dovrò alzare, altro turno in fabbrica, un’altra giornata dura mi aspetta. Ma son sicuro che quando tornerò in paese lì da te, da voi, sarò un uomo nuovo.
Abbracciami tutti, dacio un bacio a Nonna Azzurra e tranquillzzala tu, mi raccomando, in fondo non me la cavo così male. Ah, fai una carezza anche ad Ettore, mi mancano i suoi scodinzolamenti e il suo leccarmi il dorso delle mani quando rincasavo alla sera.
A presto mamma, ti voglio bene,
il tuo Ermanno.