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Un racconto da una foto, atto secondo. Romanzo popolare.

22 Novembre 2009 di matteopioltelli.eu

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Io e l’Erminia siamo insieme da una vita, da quando eravamo piccoli e ci si incrociavano gli sguardi per le strade del paese, alla domenica in piazza. I miei primi timidi tentativi d’approccio, il suo non “scomporsi” più di tanto perchè a quei tempi era un classico fare così, la mia insistenza, il nostro primo bacio e la voglia di darne altri poi, di condividere il resto della vita. Così ci siamo sposati, un matrimonio d’amore, mica come oggi. Erano circa la metà degli anni 60, il lavoro scarseggiava, così abbiam deciso di partire, direzione Milano, il fratello dell’Erminia, il Giovanni, si era stabilito lì tempo addietro, e diceva che c’erano posti di lavori come margherite nei prati in primavera, possibilità per tutti. Di lì a poco quindi abbiam deciso di lasciare la nostra bella Emilia, il nostro rassicurante paesino, Borgo tre case, riempito due valigie di tutti nostri pochi vestiti e la testa di grandi sogni. E’ stata dura adattarsi alla vita milanese, altri ritmi, altra lingua, altro modo di fare delle gente con la gente, e per fortuna che c’era il Giovanni che ci ha aiutato non poco a trovare casa e lavoro e in parte amicizie. L’Erminia lavorava come stiratrice in una casa di una ricca signora del centro, gentile ma molto fredda, distaccata, ma lei si trovava bene, l’Erminia era una donna molto concreta, pochi fronzoli, così la signora ricca l’aveva presa a simpatia e ogni tanto le dava qualche suo vestito che non metteva più. Io lavoravo in fabbrica con il Giovanni, come tornitore in una grande e immensa officina meccanica, lavoro duro, pesante, ripetitivo, ma tanto io venivo dalla campagna e la fatica non mi spaventava affatto. Ci siamo trovati nel pieno boom economico, e a poco a poco ci siamo fatti anche noi la prima televisione, la lavatrice e persino la macchina, certo a cambiali, ma la cosa bella era che anche noi ce la potevamo permettere. Poi alla fine degli anni 70 l’Erminia è rimasta incinta, e io ero contentissimo. Nell’autunno del 1971 è nata Margherita, una bambina cappelluta che mi ha fatto capire fin da subito che d’ora in poi ogni mio sforzo era dedicato a lei. Dopo pochi anni, 5 per l’esattezza è nato Ernesto, il maschio, e devo dire che ero molto contento, avevo quasi sfinito l’Erminia nel tentativo di convicerla ad avere un altro figlio, volevo un maschio, e quando è nato lui ho toccato il cielo con un dito. La famiglia si era allargata e di conseguenza abbiam trovato una casa più grande, nuova, in uno di quei palazzoni nuovi e alti che pare si perdessero nel cielo, alla periferia di Milano, e li abbiam vissuto fino a oggi, tra mille difficoltà, la recessione dopo il boom, la fine dell’illusione di poter mettere via due lire negli anni bui, le difficoltà di tirar su due figli. Ma nonostante tutto li abbiamo tirati grandi. Io e l’Erminia però abbiam un gran dolore dentro, strada facendo abbiam perso la Margherita, a poco a poco si è sempre di più staccata da noi, non la capivamo più, sempre arrabbiata sempre ribelle, così un giorno qualunque di un freddo inverno ci hanno avvisato che era morta, i carabinieiri l’avevano trovato con un ago nelle vene in macchina, lì vicino al parco, la droga, quella maledetta, era stata più forte di noi, non l’abbiam capita, non l’abbiamo protetta. L’Ernesto nel frattempo ci dava delle grandi soddisfazioni, un ragazzo bravo, studioso, concreto, senza grilli per la testa, la morte della sorella gli aveva aperto gli occhi e tutto il dolore che si portava dentro era una sorta di energia che lo rendeva instancabile. Io, dopo circa 35 anni di lavoro, finalmente un giorno di primavera me ne sono andato in pensione. E non mi pareva vero se ripenso a quando siamo partiti, mi pare siano passati secoli. Il mio primo pensiero è stato quello di metter dentro in ditta l’Ernesto, al mio posto, così ho chiesto al Franco, il capo del personale, se fosse possibile farlo. Gli ho promesso una bella forma di formaggio e olio e vino fatto da mio cugino del paese, e forse un pò l’ho convinto perchè dopo poco mi ha chiamato e mi ha detto che un posto per l’Ernesto c’era. E mi pareva di aver chiuso il cerchio, a 64 anni pensavo di aver messo tutto in ordine. E invece, invece no. Mi ricordo ancora quella mattina che il Franco tutto affannato mi ha chiamato, c’era stato un incindente in ditta, e alcuni operai erano rimasti feriti. A me si è gelato il sangue, nonostante il Franco mi rassicurasse l’avevo capito fin da subito. Il lavoro, la fabbrica mi avevano portato via anche l’Ernesto. La ditta doveva essere smantellata, la produzione si sarebbe spostata in Polonia, paga bassa, lavoro a cottimo, e nessuno curava più la manutenzione della cisterna del gas. Così e scoppiata portandosi via l’Ernesto e altri ragazzi. Il lavoro me lo aveva portato via, lo stato me lo aveva ucciso. Io che ho sempre pagato tutto, votato ogni volta, creduto nello stato cosa ho avuto in cambio? nulla. Siamo rimasti soli io e l’Ermina, con tutto il nostro dolore, lo stato ci ha lasciati soli, una commemorazione, una targa ricordo e nulla più, “arrangies”, soli nella decisione di accetare o meno la richiesta di rimborso offerta dalla ditta o se proseguire con la causa facendo giustizia al mio Ernesto. Siamo due vecchi, io con la mia pensione tiro a campare, l’Erminia ha appena la minima. Siamo rimasti soli, fregati dal lavoro, dallo stato stesso, seppur siam sempre stati onesti e sinceri con lui.
Ora ho 64 anni, quando non posso più di vedere l’Erminia che piange di nascosto sotto gli occhiali mentre fa la maglia prendo ed esco, mi faccio una passeggiata, e ogni tanto mi siedo e mi fermo ad osservare come gira il mondo.

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