Un racconto da una foto, atto primo. Quando ci si incanta davanti a una finestra accesa.
4 Ottobre 2009 di matteopioltelli.eu

Lui era un normale tipo strano, un omino apparentemente anonimo, viso comune, statura comune, poco propenso alla socializzazione, in realtà il suo essere diverso era piu’ spiccatmente dentro di lui piuttosto che fuori, esternamente. Spesso girava per la città passeggiando senza una meta fissa, girava e camminava e osservava tutto cio’che era intorno a lui, i gesti metodici e svogliati del vigile che all’incrocio faceva attraversare le mamme e i bambini fuori dalla scuola, il negoziante che sulla porta chiaccherava con i suoi vicini e si lamentava di come fosse impossibile tirare avanti con le tasse alle stelle, gli aumenti,la delinquenza, la donna che camminava a fatica con le mani piene di borse della spesa che con un occhio guardava avanti a se e con l’altro controllava che il figlio non si perdesse davanti alle vetrine dei giocattoli, gli anziani che facevano capannello commentando in prossimità del solito cantiere aperto per strada, i clacson impazziti appena compariva il verde al semaforo e le faccia piene di rabbia di chi nervosamente li suonava perchè la macchina davanti pareva non partisse, quasi fosse una partenza in una gara di qualche competizione. Lui amava osservare tutti questi particolari che a molti parevano insiginficanti, consueti, a tratti fastidiosi da quanto erano normali, lui li registrava e li analizzava maniacalmente quasi come se dovesse riempire un registro di comportamenti altrui, come se dovesse comporre pezzo per pezzo le loro vite, capirle e così capirsi. Succedeva che spesse volte si incantasse davanti ad una finestra accesa, molto spesso questo capitava in inverno, quando il buio arriva molto presto e le luci in strada incominiciano ad accendersi. Lui veniva letteralmente catturato dalla luce accesa dietro ad una finestra, il contrasto con il buio della strada lo attraeva come una calamita. Si bloccava li, dinnanzi alla finestra, fermo ben piantato sul marciapiede ad osservarla immaginando quali e quante storie quella nascondesse, quante risate, pianti, giorni sereni e giorni tristi, piccoli drammi e piccole gioie, quanti caffè si fossero preparati lì e quanti pensieri dietro di questi c’erano stati, e la sera, dopo aver cenato, quante aspettative deluse dal giorno appena concluso o quante inaspettate gioie avevano abitato quella stanza e la mente e il cuore di chi ci viveva. Il piu’ delle volte lui veniva svegliato da questa sorta di torpore dagli spintoni dei passanti che andando di fretta inevitabilmente gli sbatteva addosso, addosso a lui e alla sua inerzia che ai loro occhi era inspiegabile. Lui non si scomponeva, si girava verso di loro e, anche se ormai erano piuttosto lontani visto il passo sostenuto da tipici animali di città, si scusava dolcemente accennando appena un sorriso simulando di togliersi il cappello come in segno di rispetto. La sera rincasava, piuttosto presto, appena la luce fuori si affievoliva e il buio della sera faceva capolino dietro ai palazzi alti ed enormi che sovrastavano il suo quartire, chiudeva la porta e posava le chiavi nel solito posto, ossia una specie di portagioie regalo di una sua vecchia zia e riadattato da lui in un piu’ utile porta chiavi. Accendeva la luce del salotto, scostava la sedia dal tavolo e si sedeva pronto a perdersi per ore e ore davanti alla sua piu’ grande passione, il restauro di vecchie locandine di teatro, spettacoli e riviste dei primi del novecento dove un nome, Emma Grammatica, compariva spesso, era una sorta di segno che rivelava l’autenticità della locandina visto che quell’attrice andava molto in voga nel decennio 1920 - 1930. Sul tavolo c’erano tutti ordinati i suoi attrezzi del mestiere, l’inchiostro con una speciale penna in piuma per ripassare superficialmente le scrtte usurate dal tempo, una specie di tampone con un particolare unguento da passare a mo’ di cera per ridare lustro alla carta/pergamena che con gli anni si era un po smunta, taglierini per intagliare la carta particolare che usava come protezione sull’originale e tavoletta luminosa che gli garantiva una corretta visione, un libro dove descriveva per filo e per segno tutti gli autori dell’avanspettacolo degli anni a cui si riferivano le locandine, gli usi e i costumi di quel tempo. Prima di iniziare pero’, appena scostata la sedia dal tavolo, accendeva il suo vecchio giradischi e lo faceva suonare con le splendide melodie del suo artista preferito, Girolamo Bianchi, un pianista che aveva nelle dita un dono del signore, le sue mani scorrervano sui tasti del pianoforte con una dolcezza e una leggiadria difficile da descrivere, ne venivano fuori delle note che inevitabilmente di entravano dentro, sotto pelle e fin nelle osse facendoti pensare, commuovere o sorridere a seconda del ricordo a cui era legato quella melodia. Lui si metteva lì, chino sulla tavola davanti alla sua locandina e pensava, pensava a quante cose non avesse fatto nella vita, non aveva mai preso un aereo, una nave, mai fatto un lungo viaggio in macchina in autostrada perchè non aveva mai voluto prendere la patente, non aveva mai dovuto cercare di comprendere una lingua diversa dalla sua perchè non era mai stato all’estero,non si era mia sentito chiamare papà o zio, non aveva mai sorriso veramente o non aveva mai pianto veramente, non aveva mai baciato una donna e non aveva mai amato una donna, non aveva mai urlato livido di rabbia e non aveva mai alzato le mani verso nessuno, non era mai stato leggero e senza peso, non si era mai ubriacato o non aveva mai pesantemente tossito per via del fumo andato di traverso di una sigaretta, non aveva mai fumato, non era mai stato ad un matrimonio, ad una festa di laurea, a un concerto o a teatro, non aveva mai rubato o discusso per strada, non aveva ne rimorsi ne rimpianti pero’, lui aveva scelto, aveva scelto di essere consapevole di non poter mai essere felice piuttosto che crogliolarsi nell’illusione di poterlo diventare. Aveva visto molti piangere, disperarsi e imprecare verso Dio di non essere felici, di non capire il perchè, di scegliere dei modi alternativi ma distruttivi alla lunga per esserlo, per questi motivi lui aveva scelto di non voler rischiare di soffrire, aveva rinunciato alla speranza di essere felice barattandola con una sicura ma serena infelicità.