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Lo diceva lui che era stanco, che faticava a tirare avanti, che a volte gli mancava il respiro da quanto i pensieri gli stringevano la gola e di quanto lo stomaco gli si contorcesse dal nervoso e dalle preoccupazioni, di come gli pareva che il suo cuore battesse in una maniera tanto irregolare difficile da spiegare.
Lo diceva lui, ma in pochi gli credevano, “sarà lo stress”, dicevano, ma lui sapeva benissimo che non era vero, che non era quello, o almeno non solo quello, il motivo del suo malessere.

Pochi giorni fa il Gedeone Aliprandi è morto, da solo, in casa, in un freddo mattino d’ottobre. Rimasto lì, secco, inanimato con la testa senza peso su di un anomino e freddo tavolo in formica bianca, morto di una morte d’altri tempi, arcaica, morto di crepacuore, morto di dolore, di delusioni, di malinconie

Gedeone Aliprandi naque 35 anni fa in un paesino della campagna milanese, pochi cristiani che si conoscevamo tutti per nome. Sua mamma era una maestra di scuola elementare, insegnava in un paesino lì vicino, dove c’erano più bambini e meno mucche del suo. Tutte le mattine inforcava la sua bicicletta e via, 15 chilometri con il sole e con la pioggia, con nebbia e con la neve, mai mancato un giorno in 25 anni di insegnamento. Era una donna buona, dolce, esile e gentile e con le gote perennemente pittate di un accenno di rosso misto a rosa.
Suo padre lavorava il legno, era un falegname, aveva la sua bottega a tre passi dal cascinale in cui vivevano i tre. Lavorava a commesse per conto di una ditta di un tipico imprenditore della bassa lombardia, arricchito ma ignorante come una gabba, generoso sì ma anche troppo pretenzioso e non si contavano più gli screzi tra suo padre e il commendator Belardelli. Ogni volta tutto sembrava irreparabile ma puntualmente poi tra i due tornava il sereno. Il commendatore sapeva quanto era bravo il padre del Gedeone, uomo tutto d’un pezzo con barba e baffi in abbondanza, e mani forti e callose ma delicate come un esperto violinista quando si trattava di lavorare il legno. Così il commendatore continuava a commissionagli mobili e tavoli e sedie, sopportando un carattere forse un po troppo forte per il bene dell’azienda.
Il Gedeone passava i pomeriggi a osservare suo padre creare magie con il legno e s’era ripromesso che una volta cresciuto avrebbe di sicuro ricalcato le orme.
E così fece, decise di seguire la strada del padre, diventò falegname, e anche bravo a quanto si diceva.
Gli anni passati gli avevano regalato in dote la stessa barba del padre, ma gli avevo portato via i suoi genitori.La madre morta circa tre anni fa e il padre dopo poco più di un anno. Erano rimasti insieme per quasi 40 anni, non era logico quindi che stessero separati, uno qui e l’altra chissà dove, meglio stare ancora insieme chissà dove che soli qui.
Il Gedeone quindi prese il posto di suo padre anche nel realizzare le commesse che l’azienda del commendator Belardelli puntualmente gli commissionava. Il commendatore era morto da tempo, l’azienda era passata ai figli, più colti del padre ma meno umani di lui, più manager attento ai bilanci che alle persone. Ma il lavoro non mancava, così lui decise di sobbarcarsi una bella cifra sulla gobba per ristrutturare casa da capo e piedi, in attesa di diventare padre. Ah si, perchè non ve lo avevo ancora detto, il Gedeone nel frattempo aveva quasi messo su famiglia. Tempo fa aveva incontrato una donna che subito lo colpì, Caterina, era di una bellezza inequivocabile da qualsiasi punto la si vedesse. Lavorava a Milano in un ufficio comunale che lui frequentava due volte la settimana quando per un anno intero seguì dei corsi d’aggiornamento per il suo lavoro. Un bel giorno si animò di un coraggio mai visto, si decise a dichiararsi visto che qualche “benevole occhiata” c’era già sta tra di loro. Non era bello il Gedeone, poverino, ma aveva una grande inventiva, così quella mattina arrivò più presto del solito, prima di Caterina e grazie all’aiuto di una sua collega gentile e compiacente mise un libro aperto in una determinata pagina nella quale aveva sottolineato uno stralcio, questo

“Lei è la donna più bella che io abbia mai visto. Questo di per se non vuole dire niente. So che non è la prima volta che se lo sente dire. L’unica cosa che posso aggiungere è questa; mi permetta di vederla ogni giorno”

Lei una volta giunta in ufficio s’accorse del libro aperto sulla sua scrivania, e una volta letto lo stralcio sottolineato di colpo alzò gli occhi e incrociò quelli del Gedeone che era lì a due passi, pronto ad attendere quella determinata occhiata che potesse dagli il “via libera”, cosa che poi regolarmente accadde. Iniziarono la frequentazione arrivando sino a decidere di fare un bambino, e siccome nessuno dei due voleva sapere se fosse maschio o femmina idearono un nomignolo; finchè non sarebbe nato o nata l’avrebbero chiamato “il Pierino” quel bambino lì.

In quel periodo era al culmine della felicità il Gedeone, ma se è vero che la vita è tutta una curva ora molto probabilmente gli toccava la discesa. E così purtroppo avvenne.
La ditta del commendator Belardelli a poco a poco gli commissionò sempre meno lavori, c’era una grossa crisi e i figli del commendatore che amministravano l’azienda pensavano più a salvare il salvabile piuttosto che mettere in campo tutte le forze evitando di lasciare ben 230 persone senza lavoro. Purtroppo i due figli del commendatore Belardelli, più colti del padre ma meno umani, non sentirono ragioni, misero l’azienda in mobilità per poi svenderla a una multinazionale tedesca che si guardò bene dal riconfermare i 230 cristiani che per anni avevano sputato sangue tra legno e pialle.
Gedeone aveva cercato di tenere all’oscuro Caterina, con il Pierino in arrivo non voleva farla agitare, ma era sempre più oscuro e preccupato, la banca non solo non gli faceva credito ma anzi, premeva su di lui non aiutandolo con il mutuo per la ristrutturazione della casa. Nella stessa banca che per anni aveva regolarmente versato soldi e pagamenti puntuali come uno svizzero ora pareva che non ci fosse nessuno che volesse ascoltarlo, in grado di dagli una mano.
Da perfetto cittadino qual’era il Gedeone si rivolse allo stato chiedendo una mano, una sovvenzione, un credito agevolato, ma dopo mille e uno porte sbattute in faccia si rese conto che quello stesso stato nel quale aveva ceccamente creduto gli stava voltando le spalle.
Era sempre più disperato il Gedeone, sempre più cupo e affaticato, sempre più triste. Il colpo finale però lo ebbe un giorno di fine settembre quando scoprì leggendo il giornale della provincia che l’azienda del commendator Belardelli non era fallita per mancanza di lavoro ma bensì per dolo, i figli del commendatore spalleggiati da un consigliere comunale corrotto aveva messo in scena tutto per svendere l’azienda alla multinazione tedesca prendendo sottobanco fior di euri. Ci fu un inchiesta, quasi nessuno pagò, l’azienda rimase chiusa e come da copione ci andarono di mezzo solo quelli che quella stessa azienda l’avevano fatta fiorire negli anni, i vari “Gededoni”, che dinnanzi alla stato non contano nulla, sacrificati davanti ad interessi economici e internazionali. Anche lo stato in cui credeva tanto gli avevo voltato le spalle, decretando la sua morte.

Quella famosa mattina di ottobre il Gedeone si sentiva strano, Caterina era uscita presto, faceva una sorta di doppio turno per portare più soldi a casa anche se tra poco meno di un mese e mezzo il Pierino doveva arrivare nella loro vita.

Ma il Gedeone, purtroppo, non lo vide mai il Pierino.

Morì da solo, in casa, in un freddo mattino d’ottobre. Rimase lì, secco, inanimato con la testa senza peso su di un anomino e freddo tavolo in formica bianca, morto di una morte d’altri tempi, arcaica, morto di crepacuore, morto di dolore, di delusioni, di malinconie.

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Milano, 4 Aprile 1968

Cara mamma,

scusami se riesco a scriverti solo ora, ma da quando sono partito forse questo è l’unico momento in cui ho davvero sentito l’esigenza di farlo. Non perchè non ti voglia bene o perchè non mi manchiate voi tutti, affatto, mi rendo conto solo ora di quanto pagherei per rivivere quei giorni inerti dai quali sono scappato. Credo tu possa immaginare quale frenesia mi abbia supportato in questi miei primi due mesi a Milano, la grande città, mi sono dovuto adattare a nuove voci, nuovi volti, odori e sapori e aria sconosciuti, mi sono ritrovato solo e spiazzato in mezzo a vie e strade che agli occhi di un ragazzo di provincia quali sono parevano sconfinate. Ho dovuto abituarmi a nuovi accenti, a nuovi sguardi, anzi, a non-sguardi visto che qui tutti pare vadano almeno al doppio di me, corrono e corrono e ben che vada ti urtano nel loro cammino e nulla più. Non pensavo che il paese una volta andato via mi sarebbe mancanto così tanto. Non immaginavo che avrei rimpianto quei ritmi oziosi, i tempi morti della domeniche pomeriggio di metà di luglio, quell’intercalare tipico dei nostri luoghi che tanto mi andava di traverso, che consideravo limitante ma che ora pagherei a caro prezzo per sentirmelo rimbombare nelle orecchie. Mi manchi tu, mamma, mi manca l’Ernesto con le sue strambe toerie rivoluzionare, mi manca il caffè del bar del Franco e tutto quel capannello di gente lì fuori che parlava di tutto senza parlare di niente. Mi manca la Gemma e le sue carezze, i ragazzi della bocciofila, lo zio Ugo, che tanto mi aveva parlato di Milano fin da quando ero piccolo da farmi credere che quella fosse la mia città, il luogo destinato a me. Beh, dai suoi racconti, da quando ci venne lui molto è cambiato, quasi tutto, anche se a dire il vero in una cosa mi ci sono ritrovato, ossia l’aria di smarrimento che provi appena scendi dal treno in stazione centrale, che è immensamente sconfinata se rapportata al nostro misero unico binario dal quale passava un treno al dì. La stazione centrale è davvero come la descriveva lo zio Ugo, ti ci perdi in mezzo a tutti quei binari, quelle scale, quel mare di persone che vengono  e che vanno, chi sotterrato da valigie, chi con solamente uno zaino e mille speranze. Tutto quel rumore, quel vociare, gli annunci dall’autoparlante si ripetono ogni minuto e a te pare non sia possibile che ci sia un treno che possa partire ogni minuto. Ho provato una forte nostalgia appena ho messo il piede fuori dalla centrale, un senso di non saper cosa fare e dove andare ora che avevo fatto il grande salto, da un paesino semisperduto della bassa emilia alla grande città, alla metropoli, a Milano.
Milano, che solo a pronuciarla ti pare sia immensa, troppo grande per te.  Fortunatamente ho trovato alloggio e lavoro sin da subito, grazie allo zio Ugo, alle sue dritte, abito in un appartamento sui navigli, sono case di corte una porta attaccata all’altra. Siamo tutti quanti nella stessa barca, ho trovato un calore insperato, un aiuto nel sentirmi meno solo, siamo tutti emigranti e quindi le sensazioni e le paure che provo io loro le hanno già provate, ci sono già passati e un sorriso proprio non me lo negano quando vedo che bisogno di averlo. Sul lavoro mi sono adattato, è una fabbrica di bulloni in un paesino appena fuori Milano, uno di quelli che qui, i milanesi, chiamano “paese contenitore” perchè è venuto su in fretta e furia per far star dentro tutti gli emigranti che dal sud venivano qui a cercar fortuna. E’ dura, mi alzo presto, alle 5.30 del mattino perchè faccio il turno più ingrato visto che sono uno degli ultimi arrivati qui, vado a piedi alla fermata dell’autobus che puntalmente arriva in ritardo e stipato all’inverosimile. Spero che mettendo via un pò di paga di qualche mese riuscirò a comperarmi una bicicletta, una di quelle usate, un pò arruginite ma funzionanti, un mio vicino di porta mi ha già dato l’indirizzo di un suo amico che le prende per strada, quelle abbandonate, e le rimette un pò in sesto, così con poche lire potrò permettermela anche io. Cosimo, questo è il nome del vicino di casa cui ti parlavo, è un uomo buono, forte, dolce, ha un accento davvero buffo, è siciliano fiero zeppo di esserlo, e fin da subito mi ha preso a simpatia, guidato, consigliato, e mi ha pure mostrato la città! pensa un siciliano che spiega a un giovane emiliano Milano, com’è strana la vita. Ricordo che un dì stavamo passeggiando lungo il naviglio, il Cosimo mi stava mostrando la bellezza della Milano docile docile della domenica mattina, quando tutto ad un tratto si è bloccato, si è avvicinato al portone ed è rimasto lì, immobile per un pò. Io mi sono avvicinato, c’era un cartello appeso affianco al portone con scritto “non si affitta ai meridionali”. Ho visto i suoi occhi strabuzzarsi e velarsi di lacrime, il suo pugno stringersi rabbiosamente. Ci siamo rincamminati, in silenzio, nessuna diceva nulla, tutte e due con un velo di tristezza difficile da spiegare.

Mamma, mi devi scusare se posso mandarti solo questi pochi soldi, sto cercando di capire se si possono fare degli straordinari per tirar su qualche lira in più e permettermi quindi di mandare a te altri soldi e di viver più digintosamente qui io.
Ti allego una mia fotografia, è di una bicicletta, ho scoperto che in pratica è l’unico segno di continuità con la mia vecchia vita, mi ricordano le biciclette del corso lì in paese, quando sferragliavano di viottolo in viottolo, allegramente. La foto l’ho scattata grazie alla Bencini che mi ha regalato lo zio Ugo, ringrazialo tanto, solo ora ho capito perchè ha insistito in quel modo per farmela prendere.

Ora ti devo lasciare, tra poche ore mi dovrò alzare, altro turno in fabbrica, un’altra giornata dura mi aspetta. Ma son sicuro che quando tornerò in paese lì da te, da voi, sarò un uomo nuovo.

Abbracciami tutti, dacio un bacio a Nonna Azzurra e tranquillzzala tu, mi raccomando, in fondo non me la cavo così male.  Ah, fai una carezza anche ad Ettore, mi mancano i suoi scodinzolamenti e il suo leccarmi il dorso delle mani quando rincasavo alla sera.

A presto mamma, ti voglio bene,

il tuo Ermanno.

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Io e l’Erminia siamo insieme da una vita, da quando eravamo piccoli e ci si incrociavano gli sguardi per le strade del paese, alla domenica in piazza. I miei primi timidi tentativi d’approccio, il suo non “scomporsi” più di tanto perchè a quei tempi era un classico fare così, la mia insistenza, il nostro primo bacio e la voglia di darne altri poi, di condividere il resto della vita. Così ci siamo sposati, un matrimonio d’amore, mica come oggi. Erano circa la metà degli anni 60, il lavoro scarseggiava, così abbiam deciso di partire, direzione Milano, il fratello dell’Erminia, il Giovanni, si era stabilito lì tempo addietro, e diceva che c’erano posti di lavori come margherite nei prati in primavera, possibilità per tutti. Di lì a poco quindi abbiam deciso di lasciare la nostra bella Emilia, il nostro rassicurante paesino, Borgo tre case, riempito due valigie di tutti nostri pochi vestiti e la testa di grandi sogni. E’ stata dura adattarsi alla vita milanese, altri ritmi, altra lingua, altro modo di fare delle gente con la gente, e per fortuna che c’era il Giovanni che ci ha aiutato non poco a trovare casa e lavoro e in parte amicizie. L’Erminia lavorava come stiratrice in una casa di una ricca signora del centro, gentile ma molto fredda, distaccata, ma lei si trovava bene, l’Erminia era una donna molto concreta, pochi fronzoli, così la signora ricca l’aveva presa a simpatia e ogni tanto le dava qualche suo vestito che non metteva più. Io lavoravo in fabbrica con il Giovanni, come tornitore in una grande e immensa officina meccanica, lavoro duro, pesante, ripetitivo, ma tanto io venivo dalla campagna e la fatica non mi spaventava affatto. Ci siamo trovati nel pieno boom economico, e a poco a poco ci siamo fatti anche noi la prima televisione, la lavatrice e persino la macchina, certo a cambiali, ma la cosa bella era che anche noi ce la potevamo permettere. Poi alla fine degli anni 70 l’Erminia è rimasta incinta, e io ero contentissimo. Nell’autunno del 1971 è nata Margherita, una bambina cappelluta che mi ha fatto capire fin da subito che d’ora in poi ogni mio sforzo era dedicato a lei. Dopo pochi anni, 5 per l’esattezza è nato Ernesto, il maschio, e devo dire che ero molto contento, avevo quasi sfinito l’Erminia nel tentativo di convicerla ad avere un altro figlio, volevo un maschio, e quando è nato lui ho toccato il cielo con un dito. La famiglia si era allargata e di conseguenza abbiam trovato una casa più grande, nuova, in uno di quei palazzoni nuovi e alti che pare si perdessero nel cielo, alla periferia di Milano, e li abbiam vissuto fino a oggi, tra mille difficoltà, la recessione dopo il boom, la fine dell’illusione di poter mettere via due lire negli anni bui, le difficoltà di tirar su due figli. Ma nonostante tutto li abbiamo tirati grandi. Io e l’Erminia però abbiam un gran dolore dentro, strada facendo abbiam perso la Margherita, a poco a poco si è sempre di più staccata da noi, non la capivamo più, sempre arrabbiata sempre ribelle, così un giorno qualunque di un freddo inverno ci hanno avvisato che era morta, i carabinieiri l’avevano trovato con un ago nelle vene in macchina, lì vicino al parco, la droga, quella maledetta, era stata più forte di noi, non l’abbiam capita, non l’abbiamo protetta. L’Ernesto nel frattempo ci dava delle grandi soddisfazioni, un ragazzo bravo, studioso, concreto, senza grilli per la testa, la morte della sorella gli aveva aperto gli occhi e tutto il dolore che si portava dentro era una sorta di energia che lo rendeva instancabile. Io, dopo circa 35 anni di lavoro, finalmente un giorno di primavera me ne sono andato in pensione. E non mi pareva vero se ripenso a quando siamo partiti, mi pare siano passati secoli. Il mio primo pensiero è stato quello di metter dentro in ditta l’Ernesto, al mio posto, così ho chiesto al Franco, il capo del personale, se fosse possibile farlo. Gli ho promesso una bella forma di formaggio e olio e vino fatto da mio cugino del paese, e forse un pò l’ho convinto perchè dopo poco mi ha chiamato e mi ha detto che un posto per l’Ernesto c’era. E mi pareva di aver chiuso il cerchio, a 64 anni pensavo di aver messo tutto in ordine. E invece, invece no. Mi ricordo ancora quella mattina che il Franco tutto affannato mi ha chiamato, c’era stato un incindente in ditta, e alcuni operai erano rimasti feriti. A me si è gelato il sangue, nonostante il Franco mi rassicurasse l’avevo capito fin da subito. Il lavoro, la fabbrica mi avevano portato via anche l’Ernesto. La ditta doveva essere smantellata, la produzione si sarebbe spostata in Polonia, paga bassa, lavoro a cottimo, e nessuno curava più la manutenzione della cisterna del gas. Così e scoppiata portandosi via l’Ernesto e altri ragazzi. Il lavoro me lo aveva portato via, lo stato me lo aveva ucciso. Io che ho sempre pagato tutto, votato ogni volta, creduto nello stato cosa ho avuto in cambio? nulla. Siamo rimasti soli io e l’Ermina, con tutto il nostro dolore, lo stato ci ha lasciati soli, una commemorazione, una targa ricordo e nulla più, “arrangies”, soli nella decisione di accetare o meno la richiesta di rimborso offerta dalla ditta o se proseguire con la causa facendo giustizia al mio Ernesto. Siamo due vecchi, io con la mia pensione tiro a campare, l’Erminia ha appena la minima. Siamo rimasti soli, fregati dal lavoro, dallo stato stesso, seppur siam sempre stati onesti e sinceri con lui.
Ora ho 64 anni, quando non posso più di vedere l’Erminia che piange di nascosto sotto gli occhiali mentre fa la maglia prendo ed esco, mi faccio una passeggiata, e ogni tanto mi siedo e mi fermo ad osservare come gira il mondo.

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Lui era un normale tipo strano, un omino apparentemente anonimo, viso comune, statura comune, poco propenso alla socializzazione, in realtà il suo essere diverso era piu’ spiccatmente dentro di lui piuttosto che fuori, esternamente. Spesso girava per la città passeggiando senza una meta fissa, girava e camminava e osservava tutto cio’che era intorno a lui, i gesti metodici e svogliati del vigile che all’incrocio faceva attraversare le mamme e i bambini fuori dalla scuola, il negoziante che sulla porta chiaccherava con i suoi vicini e si lamentava di come fosse impossibile tirare avanti con le tasse alle stelle, gli aumenti,la delinquenza, la donna che camminava a fatica con le mani piene di borse della spesa che con un occhio guardava avanti a se e con l’altro controllava che il figlio non si perdesse davanti alle vetrine dei giocattoli, gli anziani che facevano capannello commentando in prossimità del solito cantiere aperto per strada, i clacson impazziti appena compariva il verde al semaforo e le faccia piene di rabbia di chi nervosamente li suonava perchè la macchina davanti pareva non partisse, quasi fosse una partenza in una gara di qualche competizione. Lui amava osservare tutti questi particolari che a molti parevano insiginficanti, consueti, a tratti fastidiosi da quanto erano normali, lui li registrava e li analizzava maniacalmente quasi come se dovesse riempire un registro di comportamenti altrui, come se dovesse comporre pezzo per pezzo le loro vite, capirle e così capirsi. Succedeva che spesse volte si incantasse davanti ad una finestra accesa, molto spesso questo capitava in inverno, quando il buio arriva molto presto e le luci in strada incominiciano ad accendersi. Lui veniva letteralmente catturato dalla luce accesa dietro ad una finestra, il contrasto con il buio della strada lo attraeva come una calamita. Si bloccava li, dinnanzi alla finestra, fermo ben piantato sul marciapiede ad osservarla immaginando quali e quante storie quella nascondesse, quante risate, pianti, giorni sereni e giorni tristi, piccoli drammi e piccole gioie, quanti caffè si fossero preparati lì e quanti pensieri dietro di questi c’erano stati, e la sera, dopo aver cenato, quante aspettative deluse dal giorno appena concluso o quante inaspettate gioie avevano abitato quella stanza e la mente e il cuore di chi ci viveva. Il piu’ delle volte lui veniva svegliato da questa sorta di torpore dagli spintoni dei passanti che andando di fretta inevitabilmente gli sbatteva addosso, addosso a lui e alla sua inerzia che ai loro occhi era inspiegabile. Lui non si scomponeva, si girava verso di loro e, anche se ormai erano piuttosto lontani visto il passo sostenuto da tipici animali di città, si scusava dolcemente accennando appena un sorriso simulando di togliersi il cappello come in segno di rispetto. La sera rincasava, piuttosto presto, appena la luce fuori si affievoliva e il buio della sera faceva capolino dietro ai palazzi alti ed enormi che sovrastavano il suo quartire, chiudeva la porta e posava le chiavi nel solito posto, ossia una specie di portagioie regalo di una sua vecchia zia e riadattato da lui in un piu’ utile porta chiavi. Accendeva la luce del salotto, scostava la sedia dal tavolo e si sedeva pronto a perdersi per ore e ore davanti alla sua piu’ grande passione, il restauro di vecchie locandine di teatro, spettacoli e riviste dei primi del novecento dove un nome, Emma Grammatica, compariva spesso, era una sorta di segno che rivelava l’autenticità della locandina visto che quell’attrice andava molto in voga nel decennio 1920 - 1930. Sul tavolo c’erano tutti ordinati i suoi attrezzi del mestiere, l’inchiostro con una speciale penna in piuma per ripassare superficialmente le scrtte usurate dal tempo, una specie di tampone con un particolare unguento da passare a mo’ di cera per ridare lustro alla carta/pergamena che con gli anni si era un po smunta, taglierini per intagliare la carta particolare che usava come protezione sull’originale e tavoletta luminosa che gli garantiva una corretta visione, un libro dove descriveva per filo e per segno tutti gli autori dell’avanspettacolo degli anni a cui si riferivano le locandine, gli usi e i costumi di quel tempo. Prima di iniziare pero’, appena scostata la sedia dal tavolo, accendeva il suo vecchio giradischi e lo faceva suonare con le splendide melodie del suo artista preferito, Girolamo Bianchi, un pianista che aveva nelle dita un dono del signore, le sue mani scorrervano sui tasti del pianoforte con una dolcezza e una leggiadria difficile da descrivere, ne venivano fuori delle note che inevitabilmente di entravano dentro, sotto pelle e fin nelle osse facendoti pensare, commuovere o sorridere a seconda del ricordo a cui era legato quella melodia. Lui si metteva lì, chino sulla tavola davanti alla sua locandina e pensava, pensava a quante cose non avesse fatto nella vita, non aveva mai preso un aereo, una nave, mai fatto un lungo viaggio in macchina in autostrada perchè non aveva mai voluto prendere la patente, non aveva mai dovuto cercare di comprendere una lingua diversa dalla sua perchè non era mai stato all’estero,non si era mia sentito chiamare papà o zio, non aveva mai sorriso veramente o non aveva mai pianto veramente, non aveva mai baciato una donna e non aveva mai amato una donna, non aveva mai urlato livido di rabbia e non aveva mai alzato le mani verso nessuno, non era mai stato leggero e senza peso, non si era mai ubriacato o non aveva mai pesantemente tossito per via del fumo andato di traverso di una sigaretta, non aveva mai fumato, non era mai stato ad un matrimonio, ad una festa di laurea, a un concerto o a teatro, non aveva mai rubato o discusso per strada, non aveva ne rimorsi ne rimpianti pero’, lui aveva scelto, aveva scelto di essere consapevole di non poter mai essere felice piuttosto che crogliolarsi nell’illusione di poterlo diventare. Aveva visto molti piangere, disperarsi e imprecare verso Dio di non essere felici, di non capire il perchè, di scegliere dei modi alternativi ma distruttivi alla lunga per esserlo, per questi motivi lui aveva scelto di non voler rischiare di soffrire, aveva rinunciato alla speranza di essere felice barattandola con una sicura ma serena infelicità.

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Tante volte quando si pensa alla povertà, all’emarginazione, alla solitudine dell’individuo la nostra mente vola verso “paesi lontani“, verso culture e luoghi molto distanti da noi. Con questo portfolio ho cercato di riportare il comune pensiero in un’ottica in cui, nonostante Milano sia ricca e moderna, agli angoli delle strade si possono incontrare persone che vivono in prima persona le situazione che ho indicato all’inizio di questo mio discorso. Alle volte, per fretta e superficialità, non ci si rende conto del disagio in cui debbano vivere questi individui, costrette a chiedere l’elemosina in una delle città più ricche d’Europa.

Galleria fotografica;

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LA NASCITA DI UNA PASSIONE - BIOGRAFIA
Pensieri, parole e filosofia di scatto, di vita di Matteo Pioltelli.
 
Sono nato a Milano 34 anni fa, città dove ancora oggi vivo e lavoro. Da sempre sono stato attratto dalla comunicazione attraverso l’immagine, trasmettere un concetto, una sensazione, un’idea. Intorno ai 15 anni parte il mio percorso verso la fotografia grazie al regalo del mio miglior amico, ossia una macchina totalmente manuale, analogica, una Praktica MTL3 con due ottiche, un 50 mm e uno zoom 70-210 mm. Fin da subito ho cercato di capire come avrei potuto “sfruttare” questo corredo al meglio, su che tipo di immagine indirizzarmi, su cosa volessi esprimere attraverso una fotografia, Beh è bastato solamente guardarmi intorno per capire cosa volessi fare, ovvero descrivere il tempo che scorre, la vita nel suo quotidiano, le persone, la strada, fermare attimi all’apparenza normali e consueti, ma se visti con occhi attenti potessero rivelare una stagione, uno stato d’animo, gli usi e i costumi contemporanei. Da subito ho capito che la fotografia per me era un modo per “raccontare”, per descrivere. Ho scelto all’inizio della mia avventura, e anche tuttora, di non frequentare nessuna scuola di fotografia, tutto quello che so l’ho imparato da me, “sul campo”, leggendo e sperimentando molto con tanta passione ed abnegazione , cercando sempre di avvicinarmi all’idea della fotografia che avevo in testa. Ho voluto cercare da solo la mia via espositiva, d’espressione, senza farmi condizionare inevitabilmente da insegnanti e volontà di docenti e professori che involontariamente a volte indottrinano i propri allievi verso una via più vicina alla loro idea. Così ho iniziato a girare per la mia città, Milano, cercando di carpirne l’anima visto che agli occhi di molti può apparire come una città superficiale, elitaria, che va a mille all’ora e non aspetta nessuno, ma che invece se si scava con attenzione sotto quella patina di apparente leggerezza d’animo si ritroverà il viso della Milano che fu, quella delle case di ringhiera, del calore umano, della porta sempre aperta, dell’aiutarsi vicendevolmente.

Contatti;

Tel. Cell. 393.0622162

E-Mail; matteopioltelli@alice.it

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“Una fotografia è simile alla scrittura, le parole scritte rimangono nel tempo, frasi e concetti annotati su di un foglio che prima era bianco e che poi è stato “invaso” da fiumi di parole. La fotografia, come la scrittura, “serve” a ricordare, a fermare il tempo, attimi e giorni che una volta impressionati sulla pellicola rimarranno per sempre indelebili nel tempo.”

Matteo Pioltelli